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Boeing 747
Nella notte tra il 31 agosto ed il primo settembre 1983, a 10.700 metri sul Mar del Giappone, i piloti del volo KAL 007 della Korean Airlines, un Boeing 747 partito da New York e diretto a Seul, comunicano alla torre di controllo di Tokyo il seguente messaggio: «c’è una rapida decompressione scendiamo rapidamente a quota 3000». Fu l’ultima comunicazione dell’equipaggio. I piloti alle 3:26 (orario GMT) perdono il controllo del velivolo ed il Boeing con 269 persone a bordo si ritrova in picchiata sul mare. Scompare dai radar. Tokyo chiede ad un altro aereo poco distante dal primo di contattarlo: si tratta di un altro volo sudcoreano, il KAL 015. Tokyo chiama anche altre stazioni radar in Giappone ed in Corea per tentare di comunicare col 747, ma ogni tentativo è inutile. Tra queste c’è persino un torre radar in URSS, ma dal boeing non risponde più nessuno. Venne abbattuto per errore dalla difesa sovietica a causa del suo sconfinamento sull’ Isola di Sakhalin, situata tra il nord del Mar del Giappone ed il Mare di Okhotsk. Ascoltando le registrazioni avvenute tra gli addetti della difesa aerea, venne fuori questo messaggio: «in seguito a violazione del confine nazionale, avvicinamento del bersaglio e distruzione».È quello che accadde quella notte.
Isola di Sakhalin (Сахали́н)
La mattina seguente il Segretario di Stato statunitense George Shultz, che tanto si adoperò assieme al suo omologo sovietico Eduard Shevardnadze per la cosiddetta politica della distensione tra est ed ovest, condannò l’accaduto accusando senza mezzi termini Mosca e le sue alte sfere di comando. Occorre dire che nel 1983 i rapporti tra l’occidente ed il gruppo dei paesi comunisti erano parecchio tesi. Forse l’83 segna proprio l’apice della tensione politico-militare. Si sapeva che i rapporti tra i due blocchi erano pessimi, ma come dice lo storico James Oberg, storico aerospaziale, “nessuno sapeva quanto lo fossero”. Nelle ore successive al disastro, Mosca ammise una parte dei fatti, e cioè che un proprio caccia aveva abbattuto un aereo sconosciuto. Tra accuse reciproche ed improbabili ricostruzioni da ambo le parti, il dialogo sul disarmo nucleare rischiava una seria battuta d’arresto. Venne creata per volontà dell’ONU una commissione di indagine internazionale indipendente, incaricata di far luce sull’accaduto e di individuare le eventuali responsabilità. I sovietici sostenevano che l’abbattimento fosse avvenuto sull’Isola di Sachalin ben lontano dal corridoio aereo assegnato al transito del KAL 007.
Sachalin: la città di Yuzhno-Sakhalinsk [foto di Vihljun – CC0]
La rotta che gli aerei commerciali dovevano seguire nel Nord Pacifico era contraddistinta dal corridoio denominato R20. Qui vi transitavano la maggior parte dei voli che facevano la spola tra il Giappone e la Corea del Sud da un lato e la costa continentale occidentale degli USA e del Canada dall’altro. Il controllo di Tokyo affermò che il 747 in base alle comunicazioni radio da esso fornite si trovava in posizione esatta; ma il suo raggio d’azione, così come quello di qualsiasi altro controllo radar asiatico, non poteva mai coprire l’intero settore del Pacifico Settentrionale. Pertanto esso faceva affidamento solo sulle coordinate che gli venivano comunicate dai comandanti. Le scatole nere inizialmente non vennero trovate. Attraverso alcune documentazioni segrete dell’esercito americano si capì che il KAL 007 era fuori dal suo corridoio di oltre 500 km, in una posizione più a nord rispetto a dove si sarebbe dovuto trovare. Per tutta la sua trasvolata aveva lentamente spostato la propria direzione verso nord entrando in territorio sovietico due volte: prima in un punto e poi proprio sull’Isola di Sakhalin; l’aereo viaggiò per tutto il tempo su una «rotta fuori rotta costante».
la rotta programmata e quella realmente seguita dal boeing
Questo fu dovuto probabilmente ad un’errata impostazione del sistema di navigazione inerziale. Secondo una ricostruzione il 747 continuò a volare utilizzando la rotta tracciata dalla navigazione magnetica [di utilizzo normale solo nella fase del decollo] anziché tralasciarla per seguire quella stabilita dal sistema inerziale. In poche parole l’aereo stava raggiungendo la sua destinazione finale seguendo però un’altra rotta! L’errore sarebbe avvenuto «a terra» in Alaska. È argomento diffuso ritenere che in quegli anni gli aerei spia di entrambi i blocchi fossero i dominatori incontrastati dei cieli. Non era dunque un fatto insolito “incontrarli un po’ ovunque”. Quella notte a complicare le cose ci pensó anche un aereo spia americano, che incrociando la rotta del KAL 007 confuse il radar sovietico. Anch’esso fu una delle concause di quel disastro. Il risultato finale, ultimo e veritiero, al quale arrivò il team di esperti fu sbalorditivo: il comandante ed il copilota dimenticando di inserire il sistema di navigazione inerziale subito dopo il decollo, portarono l’aereo, attraverso l’autopilota, a seguire la direzione magnetica. Al momento del suo sconfinamento in territorio sovietico si trovava fuori dal corridoio previsto di oltre 560 km. I sovietici avevano ragione.
Sukhoi-15TM “Flagon”
Scambiato per un aereo spia nell’oscurità più assoluta, fu agganciato come un fulmine da un Sukhoi-15TM «Flagon» e venne colpito in due punti diversi da due missili aria-aria. Precipitò nel mare di Okhotsk in quella triste notte di settembre nella quale diversi fattori e attori tra loro antagonisti rischiarono di scatenare davvero un conflitto nucleare tra il blocco dell’Est e quello dell’Ovest. Non fu purtroppo l’unico incidente verificatosi durante la Guerra Fredda causato da situazioni assurde o contingenti: altri errori ed orrori avrebbero reso turbolenti i cieli di mezzo mondo ancora per diverso tempo!